La Sardegna è terra vulcanica e sebbene i coni con il magma infuocato dormano da oltre centomila anni, ancora si possono ammirare i massimi episodi del vulcanesimo fossile. Un intero paesaggio è segnato da questo passato. Colli e monti di forma tronco conica, punteggiano il territorio elevandosi su piani formatisi da colate laviche. Rocce scure, brune, nerastre o di un rosso sangue, a volte con tonalità di arancio, spesso in forme curiose, segnate dai bollori della terra, sono i colori che in primavera contrastano il verde dei pascoli e che nelle estati rendono lo scenario ancor più arido e secco. Tali rocce parlano, e segnano le antiche attività delle campagne, le costruzioni megalitiche, i materiali d’uso, interi paesi costruiti con esse, in una vivacità e vitalità incredibile. Questo frammento di storia geologica dell’isola, generata dal fuoco della terra, ha segnato anche la storia degli uomini, innescando la preistoria mineraria grazie a quello scuro vetro vulcanico traslucido, che altro non è che l’ossidiana. E l’ossidiana della grande isola dell’occidente Mediterraneo, divenne, prima dell’avvento dei metalli, il materiale di scambio tra gli uomini oltre il mare, come se il fuoco della terra della Sardegna avesse voluto, in un certo qual modo, superare l’acqua del mare, confine e limite dell’isola.

I LUOGHI

  1. I vulcani spenti del Meilogu

La regione storica del Meilogu, al centro del Logudoro in provincia di Sassari ha una concentrazione di ben 13 coni vulcanici spenti, formazioni vulcaniche e colate laviche che danno a questo territorio una conformazione del tutto singolare. Si pensi al Monte Annaru di Giave, un cratere pressoché intatto che emerge isolato sul pianoro e che grazie alle piogge ospita un piccolo lago durante mesi invernali, mentre durante i mesi estivi permette la discesa nella sua gola per ammirare la struttura geologica originaria profonda circa cinquanta metri. Caratteristica è nelle vicinanze una grande rocca, “Sa pedra Mendalza”, una formazione di lava solidificata, leggermente appuntita, sulla cui cima nidificano corvi e rapaci che si affaccia su tutta la fertile valle nota come “la valle dei Nuraghi”. Unico in Italia è “Su Muru ‘e ferru”, il muro di ferro, un vero e proprio muro vulcanico che prende il suo nome dalla compattezza della colata lavica alta tra 9 e 10 metri e larga tra i 2 e i 4 metri che discende regolare e verticale lungo le pendici di un altro vulcano spento, il Monte Ruju (il monte rosso) tra Siligo e Cheremule.  Peculiare pietra di questo territorio è quella chiamata “cheremulite” poiché estratta dalle cave del Monte Cuccureddu a Cheremule dal 1950 al 1990 circa: una sorta di pietra pomice utilizzata come isolante nelle costruzioni.

 Dolmen Sa Coveccada (Mores –Sassari)

Un uso maestoso che intimorisce la vista è quello dato dall’architettura di uno dei monumenti più importanti del megalitismo sardo e del Mediterraneo. È il dolmen più grande dell’isola, visibile a distanza, imponente con i suoi tre metri d’altezza, svetta in posizione dominante su una superficie piana di un tavolato trachitico. La pietra vulcanica è qui utilizzata in tutta la sua imponenza, per un monumento funebre del neolitico che rappresenta già l’evoluzione architettonica verso le future tombe dei giganti di età nuragica. Purtroppo pochissimi sono i dati archeologici su questo monumento e quindi le tante domande su chi fossero gli ospiti che qui dovevano avere il sonno eterno non sempre hanno una risposta, ma il suo fascino ci da la certezza che, qui, proprio le imponenti tavole di pietra sono protagoniste e segnano la solennità di un passato millenario.

  1. Nuraghe Santu Antine (Torralba Sassari)

Svetta nel mezzo della cosiddetta “valle dei Nuraghi”- la vallata della zona del Logudoro Meilogu in cui sono concentrati circa trenta nuraghi e dieci tombe dei giganti- uno dei monumenti nuragici meglio conservati e più affascinanti dell’isola, raffigurato già dalla fine del 1700 e noto, nelle cronache dei visitatori europei dell’800, come grande e imponente costruzione in scura pietra lavica. Il monumento di straordinaria magnificenza è costituito da una torre centrale originariamente a tre piani, avvolta da un bastione trilobato con tre torri circolari, al cui interno cortili, anditi, scale, corridoi si intrecciano tra le megalitiche e scure murature a secco. Un esempio magistrale di architettura abitativa e struttura militare insieme, in cui la capacità costruttiva con l’uso delle pietre basaltiche nelle murature a secco, rende questo monumento nato intorno al XVI sec. a. C. e vissuto sino all’VIII sec. a. C., come una delle più rappresentative costruzioni della Sardegna Nuragica. Intorno ad esso un villaggio di capanne circolari, e ancora più avanti, lungo la valle vulcanica, altre torri nuragiche in basalto scuro. Un paesaggio remoto in cui le lave vulcaniche oramai spente, ricostruite da uomini dell’età del Bronzo, diventano focolari di storia millenaria.

  1. Area Archeologica di Santa Maria di Mesumundu o di Bubalis (Siligo – Sassari)

All’interno di una valle fluviale del Rio Mannu tra gli altipiani basaltici del monte Pelao e del Monte Santo sorge la piccola chiesetta di origine bizantina di Nostra signora di Mesumundu o di Bubalis.

Con buona probabilità, la presenza di due sorgenti d’acqua, una calda e una fredda, e i resti murari di un acquedotto fecero pensare ai resti di un impianto termale di età romana del II –III sec. d.C., e così il ritrovamento di una fornace per mattoni, sempre di età imperiale, individuò questo luogo come di particolare importanza nella via romana a Karalibus Turrem che da Cagliari portava a Porto Torres.

La piccola chiesa bizantina, costruita in trachite scura e laterizi, con pianta circolare e cupola a botte fu eretta intorno al VI sec. d.C.  Si ritiene che in età romanica il tempio fu riadattato dai monaci benedettini, secondo i dettami ecclesiastici dopo lo scisma. Proprio ai monaci benedettini di Cassino fu donata la basilica “Sancte Maria Dei genitricis domini, de loco quod diccitur Bubalis”, ovvero la chiesa di Santa maria Madre di Dio, del luogo che chiamano Bubalis.. Tante le interpretazioni storiche e archeologiche legate a questo luogo, caldo per i suoi colori e spirituale per le sue forme. Nelle storie popolari degli anziani si racconta che nel lucernaio della chiesa che guarda verso Siligo, ora chiuso, vi fosse ubicata l’antica statua bizantina della Madonna che porta il Bambino che tiene tra le mani il Mondo (da qui Mesumundu). E a questo luogo così centrale, così frequentato nell’arco dei millenni, fatto di pietre delle viscere della terra, ben si addice questo nome.

  1. Monte Arci e l’ossidiana (Pau – Oristano)

Su un’ossatura di trachite si stende il mantello del Monte Arci, un massiccio isolato sulla piana del Campidano costituito da tre torrioni di colate di lava basaltica. Questo luogo ha rivestito un ruolo fondamentale nei millenni per via della presenza degli importanti giacimenti di ossidiana: una roccia vulcanica, prodotta dall’effusione delle lave particolarmente ricche di silice. Particolari condizioni di raffreddamento rapido della lava sulla superficie terrestre, sono all’origine dell’omogeneità strutturale e della sua caratteristica vetrosità, rendendola inconfondibile. È di colore nero, grigio scuro, a volte con sfumature quasi bluastre o argentee, vetrosa e traslucida, ovvero nelle schegge più sottili quasi trasparente. È resistente e lavorabile a tal punto da prevedere i punti di taglio e quindi più idonea della selce.  Può diventare nelle sue forme tagliente e appuntita da essere letale nelle armi. Questa sua versatilità la ha resa un materiale ricercato e importante per l’uomo ed essendo nel Mediterraneo rara e preziosa, poiché reperibile solo in Sardegna, a Lipari (nelle isole Eolie) e a Melos (nelle Cicladi), l’importanza del Monte Arci è conseguente. La Sardegna della Preistoria deve a questo materiale la sua grande ricchezza: l’ossidiana ha superato i confini delle isole nelle quali risiedono i giacimenti, ha incrementato i viaggi dell’uomo, i contatti con altri popoli, lo scambio di culture e manufatti. Ha favorito lo sviluppo e le culture stesse. Quanti utensili, attrezzi ha costruito l’uomo con questo materiale.  Il fascino di una roccia, generata dal nucleo della terra, che ha influenzato l’esistenza dell’uomo e la sua stessa evoluzione, compiacendo anche le sue capacità artistiche nel lavorarla. E qui in questo monte le ancora immense distese di questa pietra all’ombra delle leccete, rendono quasi sacra la terra da cui provie